LO TSUNAMI DELLA VITA

LO TSUNAMI DELLA VITA

Daniel Musanni – 26 Maggio 2015
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Anni di disinformazione. Mezze verità. Abitudini vecchie decenni. Ecco come si può riassumere il nostro stile di vita d’oggi.

Non ci chiediamo come vivevano i nostri nonni prima di noi. Come affrontavano le malattie. Con che cosa si nutrivano. Però ci stupiamo. Ci stupiamo che hanno vissuto fino a 90 anni. Duri come l’acciaio. Alcuni è vero, sono morti giovani. Ma di morte “naturale”, o quasi, purtroppo. E cosi, in minima misura dobbiamo ringraziare il progresso medico e le leggi sanitarie. Le malattie dei polmoni, causate dalla polvere, non esistono più. Ci sono le mascherine, con diversi gradi di protezione. Le guerre hanno falciato alcuni dei nostri parenti, e continueranno a farlo, sperando in maniera sempre meno estesa. Eppure la vecchiaia, storta e ingobbita dai sacchi di cemento da cinquanta chili (che nessuno di noi riesce più a sollevare), se la sono fatta in modo onorevole.

I bei tempi della tv in bianco e nero, del giornale di carta multiuso (serviva a diversi scopi tra cui avvolgere le uova e lo zucchero), senza Internet. I bei tempi dove avevano solo qualche animale da accudire, l’erba da tagliare e l’orto da curare. E vivano sereni. Con calma. Senza correre. Le malattie depressive e mentali non sapevano neppure com’erano fatte. Non erano bombardati da milioni di stimoli esterni. Il cervello era protetto, perché in quiete continua. Seguivano il corso, semplice e pacato, della natura. Un po’ come una barca a remi segue il dondolio delle onde e viene trascinata con calma o vicino o distante dalla riva.

Dai nostri vecchi abbiamo sentito i racconti centinaia di volte. Affascinanti storie, vere e un po’ crude. Muovevano la nostra immaginazione da piccolini. Gli anni sono passati e qualcosa è cambiato. Sembra che in quest’era moderna siamo sull’orlo di un stordimento completo. Non sappiamo più come dobbiamo muoverci. Perdiamo il controllo delle nostre vite appena finita la scuola. Alcuni lo perdono ancor prima, tristemente prima. Quello che prima era un mare piatto e calmo, ora è diventato un tsunami impazzito e continuo. E noi, nuova generazione, siamo sulla spiaggia a sfidarlo. Sfrontati. Orgogliosi. Temerari. Con una tavola da surf. Pensiamo sia un’onda da cavalcare per divertimento. Non ci interessa il disastro che la parte sottostante il filo dell’acqua lascia. E così, in una visuale triste e drammatica, tutti noi esultiamo alla nuova ondata che arriva. Le andiamo incontro. Una massa di pazzi. Incoscienti. Ci investe. Ci trascina. Ci porta su, alta. Quindici metri, forse venti. Chi in piedi sulla tavola, chi aggrappato ad una trave, chi galleggiando e boccheggiando, viene spinto con violenza dirompente oltre la morbida spiaggia. Ci lancia oltre il bordo, fragile, della ragionevolezza e poi ci trascina, come incatenati, di nuovo indietro. Ormai è troppo tardi per rendersi conto che è stata un stupidaggine sfidarla. Ci piaceva quando potevamo domarla, quando era di pochi metri. Ora si prende gioco di noi. Ci da il momento di gloria, ci porta su. Senza rendercene conto, sotto i nostri piedi semina distruzione e panico. E poi, all’apice della nostra euforia, ci avvinghia, ci ride in faccia e ci fa schiantare contro la dura realtà.

Questo è quello che stiamo vivendo oggi. L’ultimo secolo ci ha trasformato, ci ha strappato dalle radici della natura e della consapevolezza e ci ha innalzato nello scaffale della sapiente ignoranza. Siamo dentro una fragile bottiglia di vetro, posizionati in bilico nella mensola più alta. Instabili. Il nostro corpo, comprensivo di mente, sensazioni, organi e muscoli è sempre al limite del crollo. Il continuo estremismo lo porta ad adattarsi oltre il limite. Ci consuma più velocemente. Ma ci lascia fare, ci asseconda. Infine dopo qualche anno paghiamo il caro prezzo della nostra instabilità. Il primo scossone ci sbilancia e ci fa cadere dalla mensola. E noi, già fragili e deteriorati, guardiamo con orrore la nostra stessa caduta. Ci passa tutta la vita davanti, come si suol dire. Non una vita piena di significato. Ricca di opere buone. No. Ci rendiamo conto che siamo stati egocentrici. Che la maggioranza di quello che abbiamo fatto era direttamente proporzionale al nostro autoconsiderarci quasi Déi. La ricerca assoluta del piacere in ogni sua forma. La rincorsa al prima io.

La triste verità che si cela dietro la nostra caduta è spesso sconosciuta. Vorremmo dare la colpa a mezzo mondo, ma non sappiamo da chi iniziare. Neghiamo la realtà. Ci rifiutiamo, ancora una volta, di ammettere che ci siamo lasciati trascinare più e più volte da quel tsunami che pensavamo di poter governare. Ma le scelte sono state nostre. Nessuno ci ha obbligato ad essere sulla spiaggia ad affrontare l’onda anomala. Ma il nostro ‘prima io’ condito con un bel messaggio subliminale ‘vedrai che è bello’, ha dato corso agli eventi. L’adrenalina di sentirsi come Dio. Sopra ogni cosa. Invincibili. Immortali. Quelle sensazioni di onnipotenza che ci attraversano nel nostro primo giovane ventennio.

“A me non capiterà…” – pensiamo, mentre un nostro amico o famigliare lotta a fin di vita contro una malattia incurabile. Lo guardiamo nella sua sofferenza, passivi. Soffriamo con lui, ma non comprendiamo il dolore di essere mangiati dall’interno. E piano piano si consuma, si deteriora. E i parenti più stretti lo accompagnano nella travagliata strada che lo riporta da dove è venuto. L’ultima spiaggia. L’ultimo Tsunami. Prova a guardarlo in faccia. Prova a dirgli : “Sono ancora qui! Questa è la mia partita!”. Ma la dirompente acqua lo assale in tutta la sua forza. Non una parola di commiato. Non un : “Grazie, mi sono divertito!”. Lo colpisce l’ultima volta con una tale violenza che non rimane nulla neppure della sua propria anima. Svanisce per sempre, spalmato sulla triste tela dell’umanità dimenticata.

Un minuto prima era a fianco a noi. Ora non lo vediamo più. Pensiamo si sia solo allontanato per godere di una cresta più veloce. Ci preoccupiamo un po’, ma siamo troppo impegnati a mantenere il nostro equilibrio, a rimanere in piedi in quel tumulto. Così, tristemente, anche questo caso passa quasi inosservato. Non ci tocca molto. Nel frattempo, più in alto, più distante, vediamo un ombra. Proviamo a scrutare meglio e ci sembra di riconoscere quel famoso dirigente che ha dato tanti posti lavoro al proprio paese. Dalla nostra misera posizione sembra proprio che si stia divertendo molto. In quel punto l’onda è veloce, massiccia, perfettamente sagomata. Guarda come la cavalca. Un vero Cowboy dei tempi moderni. Una parte di noi si chiede come ci riesce, che abilità può avere. Ma dalla nostra stessa posizione notiamo dell’altro. Inquietante. In trasparenza, come su un acquario, centinaia di persone annaspano per cercare di raggiungerlo. Vengono colpite dai materiali che vorticano nell’impetuoso avanzare dell’acqua. Ci rendiamo conto che qualcosa non va. Non cerca di aiutarli. Forse quella che ci sembra solo una gran abilità è in realtà questione di grande concentrazione. Non ha tempo di guardare sotto di lui, come noi non abbiamo tempo di guardare chi abbiamo lasciato indietro. Se lo facessimo rischieremmo di essere risucchiati a fondo. Ci dispiace. Proviamo dispiacere per quel che vediamo davanti a noi. Vorremmo aiutarli ma non possiamo, abbiamo paura di cadere. Un attimo di lucidità ci porta a fare una considerazione numerica astratta. Cinquant’anni di carriera. Sei miliardi e mezzo di persone. Ottanta milioni di occhiali prodotti annualmente. Ai primi posti nel mercato internazionale. Vuoi vedere che alcuni di quelli li sotto lo spumeggiare inquieto non sono caduti per sbaglio? Ma dalla nostra distante posizione non possiamo comprendere bene.

Scorgiamo quindi un po’ più in la un altro Cowboy delle onde. La sua tavola si staglia luccicante nel bagliore del sole. Questo impavido personaggio prende il toro per le corna, come dicono in gergo. La sua bevanda analcolica ha riempito scaffali e banconi dei Pub di mezzo mondo. Energizzante, e si vede! Dimostra vent’anni di meno. Piace a tutti, quel liquido rosa al retro gusto di benzina. Se non la raffreddi sembra di bere … lasciamo stare. Nessun studio certo ha ancora considerato gli effetti a lungo termine dell’uso improprio di quel prodotto. Milioni di litri consumati ogni giorno. Come può far bene a lungo termine una cosa del genere? Potrebbe modificare la nostra struttura interna? Potrebbe inibire le nostre capacità di reazione ghiandolare? Il prodotto del duemila. I nostri cari nonni di sicuro non la prendevano. Chissà tra dieci o vent’anni che cosa si scoprirà. Dietro di lui vediamo centinaia, migliaia di giovani impazziti che lo seguono. Hanno scoperto che mescolato con un po’ di sano alcool si aumenta l’effetto di benessere interiore. Esultano. Piroettano. Si spingono. Qualcuno cade ma pochi se ne preoccupano. L’euforia e l’adrenalina fanno perdere la ragione. Troppo tardi! Avremo voluto tirarlo su con noi, ma abbiamo altro a cui pensare.

Siamo accerchiati da cartelloni pubblicitari che ci affiorano attorno, come spinti da volontà propria. E li leggiamo, incuranti del risultato che farà sulla nostra mente. “Compra,compra,compra,compra,compra…”, “Il miglior prodotto…”, “L’ultimo risultato della tecnologia…”, “Mai visto un prezzo così…”, “Come puoi farne a meno?”. Continuano ad affiorare. Li leggiamo da anni. Sappiamo inconsciamente che il cartello rosso indica un buon prezzo, anche se al posto di sconto hanno scritto “stupido, approfittane ora”. Alzando la testa, controluce possiamo vedere il sorriso beffardo di quei dirigenti lassù che ci lanciano le loro pubblicità. Approfittano delle nostre debolezze. Ma sono così allettanti. Così ben preparate. Il nostro cervello non distingue più il ragionevole dall’irragionevole. Confonde il bene con il male. L’inutile con l’utile.

E così ci lamentiamo con il panettiere che per sopravvivere usa farine preparate di dubbia provenienza con conservanti di chissà quale tipo. Quel povero disgraziato che cerca di portare qualche soldo in cassa, risparmiando sulle materie prime. Ma noi vogliamo l’integrale, macinato a mano su pietra, cotto in forno con legno d’ulivo. Sette euro al chilogrammo sono davvero troppi. Come posso permetterlo? Per fare due conti estraiamo dalla tasca il telefono pagato solo seicento euro a rate in tre anni. A parità di prezzo al peso non abbiamo mai calcolato che ci è costato quattromila euro al chilo. Nessuno ce lo hai mai fatto notare. Non possiamo mangiarlo. Non possiamo riciclarlo. Non sappiamo neppure se è vero oppure no che le onde elettromagnetiche che produce ci fanno male. Hanno occultato le ricerche, stranamente. Mescolate alla falsa verità della pubblicità. Risentiti per aver lasciato un mezzo deca per un misero nutriente pezzo di pane, saliamo sulla nostra auto pagata con dieci anni di risparmi, oppure con dieci anni di rate. Un terzo della nostra vita lavorativa nel fare occhiali, stesa sul metallo lucido e grazioso di quel pezzo di ferro con le ruote. Che non si mangia. Non si deteriora. Non ridiventa qualcos’altro utile. Almeno il contenuto del sacchetto appena acquistato, ridiventa organico. Naturale.

Rifletti che nel sistema economico c’è qualcosa di sbagliato. Danno, diamo, valore a cose che non ci servono per la semplice sopravvivenza. Non siamo disposti a spendere in cose salutari. Inconsapevolmente iniziamo a renderci conto, piano piano, che qualcosa non va nell’intero meccanismo. Un segnale d’allarme, lontano nel nostro cervello. Non ne troviamo il nesso, perché le cose sono sempre andate così. Mi piace? Lo faccio! E il continuo martellare della coscienza pubblicitaria ha modificato nel corso degli anni il nostro pensiero. Un poco alla volta. Non c’è fretta. Una goccia di veleno al giorno non fa morire, non provoca danni. Questo è il sistema migliore. Ti insegnano fin da piccoli che il latte fa bene alle ossa e tu continui a berlo. Yogurt che fa dimagrire. Formaggio light. Burro per insaporire. Dosi massicce che finiscono giornalmente nel nostro organismo. Eccezionale macchina perfetta che subisce tutto per anni senza reclamare. Quello che non ti hanno detto però è il limite che possiamo sopportare di calcio e di zuccheri. Non sai che una mucca può fare cinque o sei litri di latte. E invece ne produce dai venti ai trentacinque in un giorno. Come ci riesce? Le prime domande affiorano. Senti in distanza il richiamo che le ossa hanno bisogno di calcio. Perché? Perché? Perché? Perché si ostinano a dirlo? Hanno veramente a cuore il nostro benessere? Se fosse così potrebbero anche regalarlo. Ma in un sistema basato sul vile guadagno, qualcosa deve esserci sotto.

Iniziamo a fare ricerche e come era da aspettarselo non troviamo risposte. Apprendiamo che la popolazione cinese non ha tanti problemi di osteoporosi come gli occidentali. Ci sembra di capire che, superato un limite in eccesso di calcio, il corpo si attiva per eliminare l’esubero. Ed esagera, togliendone un po’ di più. Più ne metti dentro, più ne toglie. E ci rompiamo. Le ossa si spezzano, per extra che non c’è. In questi brevi momenti di lucidità cominciamo a capire che siamo stati manipolati fin da bambini. Che dire : “No non è vero!” equivale a remare contro corrente. Ma sopratutto che pensare con la propria testa non fa bene alla comunità. Danneggia anche noi stessi. Questo è quello che vogliono da noi. Paga! Paga il tuo malessere! Causati il tuo danno! L’importante è che mi hai riempito le tasche! Poi si faranno carico di te i tuoi famigliari, tua moglie, forse tuo padre o tua madre. Ma è tutto così buono e gustoso! Tutto così invitante e colorato! Ti danno anche i gadget a forma di sacchetto con la M ad arcobaleno. Sono più veri i gadget dell’hamburger stesso. Sciolti probabilmente non ci accorgeremmo neppure della differenza.

Mentre rifletti sui “perché” di poca importanza della tua misera vita, vedi ancora il creatore di maiali umani che ti invita a diventare un extralarge come loro. “Prova il nuovo paninazzo triplo strato a soli 0,99¢” – ammicca compiaciuto. Nuotano e annaspano goffamente. Il grasso li tiene a galla. Li conserva. Seguono la scia di esaltatori di sapidità che lascia mister M. Altra droga a basso costo che crea assoluta dipendenza. Il nostro corpo cade trappola di quello che gli piace così facilmente. Digli che è buono. Faglielo provare. Aumenta l’impatto del gusto. E sono tuoi. Tutti tuoi. Generazioni di uomini geneticamente modificati seguono il trend.

La nostra infanzia. Ora che scaviamo un po’ nei ricordi, prendiamo consapevolezza che certe cose non potevano assolutamente mancare. La bevanda nera con le bollicine. La carne. L’ovetto di cioccolato. La barretta zuccherosa. Perché ricordiamo sempre le stesse cose? Perché ci fanno voglia?

Ci rendiamo conto che l’onda che stavamo cavalcando ora ci spinge più irruenta. Non vuole che capiamo. Non gli interessa. Ci usa. Tutti. Proviamo a girare un po lo sguardo ai nostri lati e scopriamo con infinito terrore ( o con grande sollievo) che i sette miliardi di abitanti vanno nella stessa direzione. Chi sopra, chi sulla cresta dell’onda, chi sotto il filo dell’acqua. Ma tutti girati uguali. Chi è più avanti ha trovato il modo di attirare l’osservazione di quelli dietro di lui verso di se. Li tiene avvinghiati con i suoi metodi subdoli. Sfrutta le nostre debolezze. Ma anche loro sono solo pedine. Pesci grossi che cercano di mangiare pesci più piccoli per sopravvivere.

Con uno sforzo enorme, quasi eroico alcuni provano a girarsi. La loro posizione è scomoda. Assurdamente instabile. Non hanno mai provato a vedere cosa si sono lasciati dietro. La velocità aumenta. Gli anni sono passati senza farsi troppe domande. Quanto dista la spiaggia? Il punto di partenza? È veramente troppo tardi per resettare il pensiero? Ormai molti hanno lasciato tracce della loro esistenza. Nuovi piccoli schiavi mentali si stanno lasciando condizionare. Preparano le loro piccole tavole da surf per entrare nel mondo del vero o falso.

È tardi! Troppo tardi! Qualcuno decide di provare il tutto per tutto. Rischiando di cadere dalla consunta tavola si girano e vedono! Vedono il disastro! Tutto quello che è passato sotto le nostre mani ha creato devastazione. Piangono dentro. Il senso di perdizione li avvinghia. Milioni di tonnellate di spazzatura non riciclabile va alla deriva. Anni di acquisti prendono la forma di isole oceaniche. Decidono di fare qualcosa. Ed iniziano la loro lotta contro l’ignoto. Lo tsunami continua a spingerli, ma loro, consapevoli di aver visto una realtà mai scoperta decidono di ritornare alla spiaggia. Così anni di piegamento mentali iniziano a disgregarsi. Il velo di falsità inizia ad alzare il sipario. Trovano un ramo. Ci si aggrappano con tutte le loro forze. Lo spezzano. Lo modellano e lo usano come un remo per avanzare contro corrente.

Ma, per quanto si sforzano, non riescono a domare l’onda. Ormai l’età e il plagio hanno diminuito le loro forze. Per scoprire una cosa nuova, non devono solo impararla. Devono capire cosa c’era di falso nel vecchio insegnamento. Soppesano gli elementi. Li vagliano a gran fatica. Centinaia di informazioni frammentate. Nascoste sotto verità fasulle. Certezze insicure. Testimonianze fallaci. Nella migliore delle ipotesi chi sapeva qualcosa è già stato stritolato dal sistema. “Rema! Rema!” si dicono. Affrontano la corrente ma non si muovono. Riprendono da zero tutto. Provano ad avere la giusta apertura mentale ma i paletti del lavaggio del cervello sono difficili da estirpare. Si trovano così a passare dalla sedentarietà assoluta allo sport continuo. La ricerca della salute perfetta. Ma continuano a fumare. Una remata avanti ed una spinta indietro. Ogni minimo sforzo è controbilanciato in negativo da qualcosa che non sanno. Si crea infine una strana giostra in cima a quell’onda. Giovani, dirigenti, svogliati, orgogliosi, caparbi continuano la loro avanzata accettando tutto. Deridono quei pochi che si sono girati. Si sentono forti delle loro capacità. I pochi arrancano. Cercano di recuperare il salvabile. Ma con le poche capacità rimaste al massimo riescono a resistere alla pressione. Come una boa, per un periodo della loro vita rimangono in stallo. Ma non riescono a superare gli schemi mentali imposti.

Combattono in tutti i modi contro la forza avversa delle tendenze. Cibo sano e salute migliorata. Cercano di evitare le malattie. Non vogliono perdere la vista come un loro amico a causa del diabete. Non vogliono perdere il fegato a causa dell’alcool. Non vogliono perdere un polmone a causa del fumo. Invecchiano. Il tempo scorre risucchiando la speranza. E cercano di aggrapparsi a tutti i costi a quanto di più caro gli è stato donato : la vita.

Ci provano a vivere bene, ma hanno iniziato troppo tardi. Non ci sono più i nonni ad insegnare. Non ci sono più i bisnonni a correggere. Le nozioni sono andate perse. Mettono al mondo nuove leve del sistema sperando che cambi in meglio. Vogliono il meglio per i loro figli. Guardano intorno e si rendono conto che non esiste il meglio. Cavalcheranno quell’onda anche loro. Perché l’onda spinge sempre uguale. Porterà solo a risultati peggiori. Ormai tutto quello che hanno fatto in passato è stato marcato. Il DNA se ne e impossessato. Zuccheri raffinati e conservanti chimici fissano gli errori nelle cellule. Si nutrono di noi stessi. E lottano. Lottano per far capire che le cose non possono andare avanti cosi. La cellula modificata dall’OGM si moltiplica. Si ingrandisce rafforzata dagli antibiotici assimilati mangiando carne di dubbia provenienza. Lo tsunami li spinge. I medici insistono con la chimica. Li bombardano. Gli anni passano. Sono sempre li, come una boa. Stanno andando a fondo. Stremati. Il cervello perde elasticità. Riaffiorano i vecchi standard imposti. Perdono la concentrazione e ricadono nello stesso turbine. Consapevoli che avrebbero dovuto mangiare meglio. Consapevoli che non avrebbero dovuto fumare. Consapevoli che la corsa alla ricchezza li ha deteriorati dentro. Consapevoli che dormire poco per far festa tutte le sere ha distrutto tutti i bioritmi. L’acqua lì schiaffeggia insistente. “Te lo dicevo che era meglio se seguivi gli altri” le sussurra. Stremati, con le braccia su quello che rimane della tavola, guardano avanti, ancora una volta, verso chi ha cavalcato l’onda. Hanno l’acqua alla gola. Piangono dentro. Piangono fuori. Singhiozzano come bambini. Non ci sono riusciti.

Settant’anni sono passati. Un terzo lo hanno passato a godersi la brezza marina dell’incoscienza da semi-déi. Un terzo lo hanno passato a ricercare il giusto. Un terzo a ricercare il vero. La domanda continua a frullare in testa. “Perché? Perché sono qui? Perché non ho saputo vivere? Perché il tempo è passato così in fretta?”. La modifica cellulare attuata dall’inquinamento, dal cibo modificato, da anni di bagordi, dallo stress insano ha fatto il suo corso. Hanno provato il cibo biologico alla ricerca del “senza pesticidi”. Le nuove teorie. I nuovi rimedi chimici, naturali, omeopatici. Ma il risultato è lo stesso. Forse ritardato di qualche anno. Ma la malattia modificata a livello cellulare è in circolo. Li consuma dentro. Più forte di loro. Un braccio scivola dalla tavola. Stanco. Troppo stanco. Molla la presa su quel remo che lo ha accompagnati così tanto tempo. Non ce l’hanno fatta ad avanzare all’indietro nemmeno di un centimetro. Ricordano il nonno. La nonna. Felici. Non avevano tanto. Poco ma buono. Forse le generazioni prima stavano anche meglio. Il contatto continuo con la natura, deve essere quello che hanno perso. Con un ultimo estremo sforzo guardano sotto. Vedono centinaia di amici perduti. Parenti dispersi. Volgendosi ancora avanti riflettono su quello che avrebbero potuto diventare “solo se…”. Si girano indietro e vedono i figli che dopo aver piroettato anni nel divertimento, iniziano a definire i contorni della loro esistenza. Si spaventano e rallentano un po’. Ma sono troppo distanti. Urlano. Il vento si porta via le parole. Ci provano a dirgli “dovresti fare…” ma la voce è strozzata. “Non farlo…”. Il dolore è troppo grande. Capiscono che anche con i loro successori il contenimento mentale ha avuto il sopravvento. Di chi è la colpa? Per un lungo, lunghissimo istante chiudono gli occhi. Gli passa davanti veramente tutta la loro vita. L’esperienza insegna. Anche l’altro braccio inizia a perdere la presa. Avrebbero voluto tornare indietro. Ci hanno provato. Non ci sono riusciti. Per un attimo il tempo si ferma. Tutti si immobilizzano. Il pensiero è più veloce del tempo.

Il cervello, in un momento di lucidità, riesce a far incastrare un pezzo del puzzle ricercato da tempo. La ragionevolezza. Quel pezzo di sensibilità umana che permette di non esagerare nel sul troppo ne sul troppo poco. Non ce né mai abbastanza.

Trovano un altro pezzo. La conoscenza. Non esiste tempo a sufficienza per conoscere tutto. Se solo ce ne fosse stata di più.

Ne restano solo due per completare il quadro. Ma le forze li stanno abbandonando. Le dita aggrappate alla fine della deteriorata tavola li aiutano a continuare la riflessione in quei ultimi momenti. Non è cosi che doveva andare a finire! Non è cosi che doveva iniziare!

Il quadro che stavano cercando di completare è quasi finito. Lo vedono nella sua interezza. Raffigura l’umanità che si muove come una massa informe nella stessa direzione. Alcune macchie più chiare o più scure sembrano opporsi a questo movimento. Non c’è una fine visibile. Ma c’è un inizio. Quel inizio deve rappresentare la verità assoluta. Non è la tecnologia il senso della vita. Non è la carriera. Non sono i soldi. Non è il cibo.

L’inizio prevedeva l’apprezzamento di ciò che avevamo. Ciò che ci è stato dato è sempre stato quanto ci bastava. Lo abbiamo modificato per farlo produrre di più. Ci ha fatto male! Lo abbiamo tolto pensando che desse fastidio. Ci ha fatto male! Ne abbiamo messo dove non c’era. Ci ha fatto male! Abbiamo voluto di più di quanto ci è stato dato. Ci ha fatto male!

Improvvisamente, ci rendiamo conto che quegli umani aggrappati alla tavola siamo noi. Nel pieno della consapevolezza apriamo gli occhi. Sussultiamo. Non era la vita altrui quella che abbiamo visto. Era la nostra. Una breve sensazione di infinità tristezza ci pervade. “Non a me! Non doveva capitare a me!”. Versiamo un’altra lacrima mentre le dita mollano la presa. Realizziamo che tutto il mondo, l’insieme di uomini, farà la stessa riflessione alla fine. Se potessero rendersene conto in simultanea subito, sarebbe tutto più facile. Continuiamo a scendere nel turbine d’acqua, soffocando il dolore. L’aria ci manca. Annaspiamo un momento. Le forze ci mancano. Il fondo si avvicina. Le energie ci mancano.

L’onda ci vede. Ci prende. Ci risolleva fuori qualche secondo. Rivediamo per l’ultima volta il disastro e la devastazione alla quale abbiamo contribuito tutti questi anni. Soffochiamo un gemito. Un ‘scusami’ esce silenzioso dalle nostre labbra. Non sappiamo bene a chi è indirizzato. E non lo sapremo mai. Con un ultimo gentile sarcastico gesto, lo Tsunami della vita decide di estinguere per sempre la nostra esistenza.

Ma non è riuscito a cancellare il quadro formato, il puzzle dell’esistenza. Anche esso ne fa parte. Restano così in sospeso due grosse domande, gli ultimi due pezzetti che servivano per completarlo. Domande alle quali pochi hanno la spiegazione. Domande alle quali a quasi nessuno interessa la risposta, perché è tutto molto più comodo se le cose continuano a restare così.

L’ultimo respiro esce dai nostri polmoni. L’ultima vera, dispiaciuta, lacrima scorre lungo la nostra guancia. Ora è tutto così confuso. La luce riempie il campo visivo. Il battito si ferma. Le ultime, agonizzanti parole vengono perse per sempre in un sussurro : “Perché sono esistito? Dove ho sbagliato?”

Ma l’onda copre tutto, e non lascia più traccia.